mercoledì 20 febbraio 2008

Ci siamo

Ci siamo presi forse anche troppo tempo, è vero... ma ci siamo. Arterìa Racconta ha i suoi primi risultati.
Non è stato semplice leggere, scegliere, capire. Come forse non era semplice il tema scelto, largo e stretto, vivo e complicato, ma eccoci:

Pubblichiamo le vostre voci...

Da Porta San Vitale a Piazza Maggiore di Giovanni Rosa

Pulirsi il culo con i coriandoli di Matteo Pioppi

Io quella l’ho già vista di Daniela Bortolotti

e poi ospitiamo con grande piacere e fuori concorso, Gianluca Morozzi che ha prestato la sua penna al nostro tema e ci ha regalato Il Fossato.

martedì 19 febbraio 2008

Il fossato

Arterìa racconta ha anche un ospite d'eccezione, abbiamo chiesto a Gianluca Morozzi di partecipare al nostro progetto come ospite e lui gentile e generoso ha accettato il nostro invito:


IL FOSSATO


di Gianluca Morozzi


E’ dura, pensa lui sogghignando, E’ difficile, è molto difficile. Bisogna ricordarsi tante cose, coprir bene la botola, segnare tutto sul taccuino, spingere il letto per coprire la botola, è una vita infernale, un mestiere difficile, pensa, e ridacchia da solo come un pazzo. E’ difficile, la gestione del Fossato.
Sta preparando il Fossato per l’arrivo di Stella. Stella, di Perugia, trentadue anni, rossa di capelli. Si fermerà due giorni. E’ stata a Bologna solo una volta, in gita con la scuola, e vuole vedere assolutamente le tegole rosse sui tetti, la villa dove Pasolini ha girato le scene più truci di Salò, Guccini, la finestrella sui canali di cui ha letto nei libri che ha scritto lui, proprio lui, l’uomo che la ospiterà in quei due giorni. Perché diciamocelo, suvvia, siamo onesti. Se una ragazza di bellezza sfolgorante, appassionata di cinema francese, di Vinicio Capossela e di Don DeLillo, se una ragazza così parte da Perugia per trascorrere due giorni a Bologna e al Fossato, è solo perché ha letto i suoi libri.
Lui continua a preparare il terreno pensando E’ un mestiere difficile, difficilissimo, una vita difficile. E ridacchia.

Il Fossato è il suo regno e la sua tana ormai da quattro anni, il monolocale che ha affittato appena gli editori hanno iniziato a pagargli anticipi decenti. I bolognesi, un posto così, lo chiamano il trappolo. Scherzando, lui dice sempre che quando se ne andrà quel monolocale lo dovranno esorcizzare.
Il monolocale è accogliente, caldo, vissuto, un sottotetto con travi a vista tipo baita, un soppalco, una libreria a far da confine tra la zona notte e la zona giorno, un armadio con specchiera accanto al letto, un terrazzo sul tetto condiviso col dirimpettaio. Che scrive, anche lui, e anche lui è in affitto. Da un altro scrittore. Pluripubblicato. E’ una factory, il Fossato, un crogiolo di creatività. Che ha toccato il suo apice quando al Fossato ci viveva anche Elena. Che scriveva, pure lei.
Tasto dolente.
Smette di sorridere, lui, se pensa a Elena. Taglia fuori Elena dal centro dei suoi pensieri, cala giù una lastra bianca al centro della testa, Elena sta al di là della lastra, Stella e i due giorni da passare con Stella stanno al di qua. Una volta calata la lastra si sente molto meglio e riprende i lavori preparatori.

Il Fossato sta al numero trentacinque di quella che una volta era la via dei bordelli, tanto da chiamarsi in modo esplicito Via Fregatette. La targa con il vecchio nome è ancora visibile, sotto la nuova targa Via del Fossato. Meno turpe, certo, della parallela e maledetta Via Senzanome. In questa zona in cui strade dal battesimo cupo si fronteggiano con toponomastiche dolci, Via Bocca di Lupo contro Via Belfiore, Vicolo della Neve contro Via Ca’ Selvatica, una zona strana, a pochi passi dai fiumi di alcol e dal brulichio vitale del Pratello. Ci sta bene, lui, al Fossato. Gli piace. Solo, da quando non c’è più (Elena) quella che ha chiuso dietro la lastra bianca, preferisce andare a dormire e a mangiare da sua madre. Così. Problemi di parcheggio, dice lui, Sirio, le strisce blu, le multe per entrare in centro.
E poi gli fa piacere andare a trovare sua madre, farle sentire che non ha lasciato totalmente il nido.
Così dice lui. Agli altri. E a se stesso.

Stella non fa in tempo a scendere dal treno, che un paio di viaggiatori dall’accento abruzzese le hanno già fatto un complimento. Non troppo fine, ma nemmeno troppo volgare. Tutti gli uomini si sentono il dovere di farle un complimento, sempre.
Stella fa un sorrisino agli abruzzesi, poi va dallo scrittore che la aspetta al binario, gli getta le braccia al collo, lo bacia colorandogli le labbra di rossetto ciliegia.
Delle sue quattro richieste, una viene esaudita prima di andare al Fossato, due al Fossato, una dopo il Fossato.
Mentre camminano per mano lungo via Indipendenza, che è inverno ma c’è il sole, non fa freddo, è una bella giornata, lui fa una deviazione giù per via delle Moline. Poi, gira a destra in via Piella. Ed eccola, la finestrella di cui ha scritto nei libri che Stella ha letto e riletto, la finestrella sul canale, lo squarcio spaziotemporale su Venezia.
Ne parlo anche nel prossimo romanzo, le dice, ma in un modo un po’ particolare, vedrai.
Davvero?, trilla lei, E perché non me lo fai leggere in anteprima?
Perché lo sto ancora correggendo, sorride lui, Sto correggendo le bozze.
E perché non mi fai leggere le bozze?, insiste lei, Sono troppo curiosa, continui a dirmi che questo romanzo è bellissimo, mica posso aspettare nove mesi per leggerlo, no?
E perché non puoi aspettare nove mesi per leggerlo?, sorride lui.
Perché tra nove mesi chi può dire cosa sarà successo tra noi?, trilla ancora lei, allegra ma saggia, Magari tra nove mesi ti odierò, magari mi avrai fatto delle cose orribili e dolorosissime, magari entrerò in libreria e a vedere il tuo romanzo nuovo mi prenderanno delle crisi di pianto, invece se me lo fai leggere adesso che sono piena d’ammooore per te, caro, non potrò che convenire sulla sua bellezza.
Ridono, lasciano la finestrella, tornano a camminare verso il Fossato.

Poi sono a letto, sotto il classico piumone, da un numero di ore difficilmente quantificabile. Come dice sempre Stella, Quando c’è un letto noi sappiamo quando ci entriamo ma mai quando ne usciamo.
Lui l’ha portata sul terrazzo, e ha risolto due richieste in un colpo solo. Le ha mostrato le tegole rosse di Bologna dal vivo, gliele ha fatte toccare, e poi ha indicato un colle sulla destra, oltre Via Saragozza, e ha detto Quella è la villa di Salò.
Ora sono sotto il piumone mentre fuori fa buio, e lei gli ha preso una mano e gli ha detto Senti, senti qua, toccami la testa.
Lui le sta toccando la testa, proprio al centro del cranio, sotto i capelli rossi.
Cosa senti?, chiede lei.
C’è una fossa, nota con stupore lui, Hai il cranio diviso in due.
Ho la testa a forma di cuore!, squittisce lei. Ridono.
E’ passata nel soppalco, prima, per uscire sul terrazzo. Ha sfiorato la botola. La botola nascosta dal letto degli ospiti. Non c’è possibilità che dica qualcosa tipo Caro, ma perché non spostiamo il letto degli ospiti che c’è nel soppalco, che voglio proprio vedere cosa c’è dietro?
A un certo punto della serata la fame li trascina fuori dal piumone. Dibattono sull’opportunità di farsi o meno la doccia, poi lei dice No, usciamo così, io ti tengo addosso e tu mi tieni addosso, lui dice Niente in contrario, ed escono così, senza lavar via i reciproci umori.
Prendono un caffè in un bar aperto fino a tardi, per riprendersi dalle fatiche del pomeriggio. Ci sono soltanto tre pensionati nel bar, oltre a loro. Stanno quasi per uscire indenni da complimenti, ma in zona Cesarini, quando hanno già pagato e hanno già detto Arrivederci al barista, uno dei pensionati col Fernet dice Giovanotto, se ci porta via la signorina qui è come se andasse via la luce!
Stella fa un gran sorrisone e per un attimo la riporta, la luce, in quel bar.

Poi sono all’osteria da Vito e hanno davanti una brocca di vino rosso, che il cameriere ha fatto capire che ordinare acqua, da Vito, è il peggiore in assoluto degli insulti. E col suo modo un po’ brusco è riuscito a fare un complimento pure lui, a Stella. Un complimento, diciamo così, interpretabile e trasversale. Nel complesso codice che regola i rapporti cliente-cameriere all’osteria da Vito, una frase come La signorina la mettiamo nuda di là in cucina che ci rifacciamo gli occhi, ecco, è un clamoroso complimento.
Guccini stasera non c’è, magari è sul suo appennino o chissà dove, e allora lui le mostra la porta di via Paolo Fabbri 43, pochi passi più in là, e l’incontro con Guccini se lo gioca così.
Peccato.
Avrebbe voluto sentire quale tipo di elaborato complimento sarebbe riuscito a inventarsi il noto cantautore, di fronte a una meraviglia come Stella.

Poi è lunedì, Stella è tornata a Perugia, lui passa tutto il giorno a scrivere il romanzo nuovo -non quello che deve uscire a fine anno, quello dell’anno successivo- a gestire il suo myspace, e a controllare su internet il suo conto bancario.
Che tutte le sue finanze dipenderanno da quel che faranno i cinematografari, da lì a metà marzo. Che lui, sul conto, ha quattromila euro. Di affitto, ogni mese, ne paga seicentottanta. E da quando ha la carta di credito compra biglietti di concerti online, prenota alberghi, paga autostrade, come se non stesse spendendo soldi ma concetti immateriali. Se lo ricorda solo all’estratto conto di metà mese, che sta spendendo dei soldi veri.
I cinematografari, per il film tratto dal suo romanzo di tre anni prima, devono iniziare a pagarlo da marzo. Se pagano quel che devono pagare, lui il Fossato se lo può anche comprare. Se spariscono nel nulla e il film non si fa e quei soldi non arrivano, lui ha tre mesi di autonomia prima di sprofondare nella miseria più nera.
Sorride, intanto che scrive il nuovo romanzo.
Arriveranno, quei soldi, pensa.
O ne arriveranno altri.
In qualche modo, pensa, se devo cadere, cado in piedi.
In qualche modo.

Martedì arriva Greta, da Lecco. Un’altra lettrice, una che lo ha contattato su myspace e che pare promettente. Si sono visti una volta sola, quando lui ha presentato il suo libro a Lecco, e sembrava che la fanciulla, come dire, nutrisse un certo interesse. Così rifà il letto, nasconde lo spazzolino di Stella nella botola insieme a un fermacapelli che Stella ha dimenticato sulla lavatrice, e va in stazione ad aspettare questa Greta di Lecco. Che ha espresso il desiderio di visitare il cineclub Lumière, di cui lui le ha tanto parlato quella volta, dopo la presentazione, mentre le proponeva una gita a Bologna.
E lui la porta al cineclub Lumière, naturalmente, a vedere un film di Buňuel che si chiama Quell’oscuro oggetto del desiderio, e dopo vanno in un’osteria del Pratello, che anche quello voleva vedere, Greta, a commentare il film.
Parlano del personaggio di Conchita, dell’idea di farlo interpretare alternativamente da due attrici diverse, una spagnola e una francese.
Chi ti piaceva di più delle due?, domanda Greta, La spagnola o la francese?
E’ una domanda difficile, dice lui.
Prova a rispondere, dice lei, Così capisco i tuoi gusti.
La francese è bellissima, dice lui, Ha questi lineamenti fini e questo corpo perfetto e questo modo di guardare in tralice e di fare quel mezzo sorriso... d’altra parte la spagnola è sensuale, terrena, ha questi occhioni e queste labbra e questo modo di scoprire i denti...
Ti piacciono tutte e due, ride lei, Tipico degli uomini, non saper scegliere.
Lui la guarda bene mentre ride, con quelle labbra invitanti che si arricciano sui denti e gli occhi densi e scuri, e parte con una delle sue tirate pseudoartistiche che piacciono, ogni tanto, alle fanciulline che frequenta.
Senti che idea per un racconto!, dice, Allora, c’è questo universo un po’ particolare in cui Dio, in pratica, è Luis Buňuel, e in questo universo, come dire, buňueliano, gli uomini non devono più scegliere, perché ogni donna che sta con un uomo è tutte le donne che a quell’uomo in particolare piace, in alternanza, come Conchita nel film, un po’ fine e aggraziata e con il modo di guardare in tralice, un po’ sensuale e con gli occhioni e le labbra carnose, e, oh, chiaro, vale anche per le donne, ogni uomo è tanti uomini fusi in uno solo, che ne dici?, non è un bel racconto?
Lei ride di nuovo.
Non ci ho capito niente, dice, Fai prima a dire che le donne ti piacciono tutte.
Faccio prima, ride lui, Ma è meno divertente.
Finiscono a letto.

Davanti alla specchiera, al Fossato, si esalta il narcisismo di Greta. Ci si specchia, si sistema i capelli, si mette in posa per vedersi meglio mentre sfodera tutte le sue arti femminili, e a un certo punto comincia a parlare con un tono basso e roco, e lui fa l’errore di dirle che gli piace moltissimo, quel tono basso e roco, così che lei comincia a parlare bassa e roca anche quando deve dare indicazioni pratiche, col risultato che le sue indicazioni pratiche si perdono in un mormorio indistinto facendogli compiere un paio di comici errori. Niente che rovini la serata, per fortuna.
Finiscono le loro interazioni coniando due neologismi, uno a testa, per definire l’atto di dormire nudi e avvinghiati sotto il piumone.
Accozzati, dice Greta, da cozza.
Koalizzati, dice lui, da koala.
Si addormentano, soddisfatti delle loro creazioni.

Il venerdì, lui deve fare una scelta di prudenza. Ha esagerato. Ha invitato al Fossato una lettrice di Prato che dal Fossato, un paio di volte, c’è già passata. Solo, il sabato e la domenica ci deve venire Sandra, al Fossato. Ora, non è un problema di tempistiche, rimetterebbe la lettrice sul treno per Prato in mattinata, andrebbe allo stadio il sabato pomeriggio, che c’è Bologna-Triestina, accoglierebbe Sandra per l’ora di cena, non è una questione di sovrapposizioni. E’ che non si sente così sicuro di poter reggere tre giorni di fila così, con due ragazze diverse. Non si sente proprio una trivella, una macchina del sesso, un instancabile pistone sempre pronto all’uso, ecco. Se passa una notte a folleggiare con la tipa di Prato, rischia di giocarsi il weekend con Sandra.
Allora si inventa una scusa via sms, con quella di Prato. Un impegno dell’ultimo momento, una penosa pantomima che gli procura i primi, sentiti e piccati insulti del 2008.
Ora può dedicarsi a preparare adeguatamente il weekend con Sandra.
Sposta il letto del soppalco, apre la botola, prende la borsa con tutte le cose di Sandra, che giganteggia accanto ai vari spazzolini e fermacapelli delle altre fanciulline orbitanti intorno al Fossato.
Perché Sandra ha una storia lunga e complessa con il Fossato, c’era prima di (Elena), è tornata a farsi viva dopo (Elena), si ferma a dormire lì spesso, e allora ha lasciato tracce della sua presenza, come a marcare il territorio. In fondo, per quanto ne sa Sandra, lei è l’unica donna a frequentare quel monolocale. Ha marcato il territorio nei cassetti, sugli scaffali, in bagno, e allora, quando arrivano le altre, tocca far sparire tutto nella botola.
Nella borsa, insieme alla roba di Sandra, c’è un taccuino. Nel taccuino lui ha annotato minuziosamente la posizione originaria di ogni singolo oggetto. Pigiama, primo cassetto in alto. Pantaloni sopra, maglia sotto. Maglietta di ricambio, reggiseni, secondo cassetto. Fermagli, calzini colorati, un paio di mutandine, terzo cassetto. Poi in bagno, balsamo, shampoo, deodorante, pacchetto di assorbenti. Sullo scaffale, la matrioska portata come regalo per lui dal suo ultimo viaggio.
Voilà.
Ora la casa è di nuovo in versione-Sandra. Basta rovistare accuratamente nella spazzatura per cercare tracce di preservativi, eliminare capelli di colore sospetto dalla doccia e dal lavandino, e la casa è pronta per il weekend.

Si rilassa un po’ sul divano, in attesa di mettersi a scrivere l’ennesimo racconto per l’ennesima antologia. Un’antologia sui Dik Dik, questa volta. Cosa scriverà mai sui Dik Dik? Un racconto umoristico, sul più grande fan dei Dik Dik che subisce angherie dai membri del gruppo? Un racconto futuristico, con i cloni dei Dik Dik dell’anno duemiladuecento? Un racconto d’amore con la colonna sonora dei Dik Dik?
Gli viene in mente che devono ancora pagarlo per quell’altro racconto, quello che ha scritto per l’antologia su Jerry Lewis. Duecento euro, devono dargli. Pochi, se quelli del cinema a marzo lo pagano. Tanti, in caso di miseria nera.
Pensa a tutto, pensa ai Dik Dik, ai duecento euro, a quelli del cinema, pur di non alzare la lastra bianca dietro la quale c’è un nome
(Elena)
tenuto lontano dai nervi ancora scoperti.
Pensa che, visto da fuori, tutto il suo brulicare intorno alle Sandra e Greta e Stella e il suo togliere e ficcare oggetti nella botola potrebbe sembrare solo un patetico tentativo di dimenticare quella storia, quella là, quella che lo fa sentire come se mordesse un sacco di iuta. Un po’ è così, si dice, ma non esageriamo. La verità è che un po’ gli piace, dividersi tra le varie Sandra e Stella e Greta. E’ la sua natura. E’ compulsivo.
E mentre pensa a tutte queste cose, gli viene l’idea per il racconto sui Dik Dik
Si alza dal divano.
E, come sempre, sotto le tegole rosse, mentre poco lontano tintinnano i bicchieri del Pratello, accende il computer e incomincia a scrivere.

Da Porta San Vitale a Piazza Maggiore

di Giovanni Rosa

Niente da fare: corto!
Il divano è troppo corto. Avete mai provato a dormire con le ginocchia che sfiorano il petto? Con i crampi che vi mordono i polpacci?
Il fatto è che alla mia gentile signora, da quando è in dolce attesa, piace mettere in pratica eccitanti letture, tipo: “Il feto deve avere spazio attorno a sé. In questo modo dorme tranquillo e senza ansie”.
Per cui eccomi qua, sfrattato dal mio letto e ridotto ad accamparmi in salotto.
«Devi avere pazienza, Luchino» mi ha detto, «non stai troppo scomodo sul divano, vero?»
Parliamoci chiaro. Se il futuro padre fosse Danny de Vito non ci troverei nulla da ridire, ma io sono un metro e ottantuno!
Mi sistemo la coperta sotto il mento. La pioggia che da giorni si accanisce su Bologna batte senza sosta contro la finestra. Apro un occhio verso la sveglia luminosa: le cinque. Basta, devo dormire.
«Luchino, stai dormendo?»
Riconosco quel tono infantile. Inutile fingere.
«No, Lidia, dimmi. Hai bisogno di qualcosa?»
«Scusa, ma... mi è venuta una voglia improvvisa. Non riesco più a chiudere occhio.»
A me lo dice. Getto la coperta e faccio per alzarmi. Piombo a terra di schianto. Le gambe rattrappite sembrano puro legno stagionato. Appoggiandomi ai mobili mi avvio incerto verso la luce ovattata che proviene dalla camera.
«Non so come dire. Ma ho voglia di…»
Rabbrividisco. «Di...?»
«Di un omogeneizzato al pollo!» annuncia festosa.
Il respiro mi si blocca a metà. «Ma… Lidia, sono le cinque del mattino.»
«Sì, lo so. Ma noi ne abbiamo voglia adesso», sussurra calcando sul noi e sorridendo con aria di complicità.
«Ma… sta piovendo!» tento ancora disperatamente. «Dove lo trovo un omogeneizzato a quest’ora?»
Il tono si fa più duro.
«Alla farmacia di piazza Maggiore. E’ sempre aperta, anche di notte.»
So già che non servirebbe insistere.
«D’accordo. Vado.»
«Mi dispiace, Luchino, darti questo disturbo», cinguetta subito con la vocina ipocrita che usa in queste occasioni.
Infilo il cappotto sopra il pigiama, metto le scarpe pesanti e a malincuore mi avvio alla porta accompagnato dal suo:
«Mi raccomando, cerca di fare in fretta!»
Imprecando, scendo le scale verso il garage. Il volante della macchina è stranamente duro. Appena esco in strada capisco il perché. Una gomma è quasi a terra. Non riesco neppure a girare per tornare indietro. Parcheggio sul marciapiede sfiorando uno dei muri che sostengono l’arcata di Porta San Vitale. La sposterò più tardi.
Torno in garage e, riluttante, tiro fuori la mia Bianchi da corsa. Ha i tubolari un po’ sgonfi (cos’è, una persecuzione?). Esco fuori, imbocco via San Vitale in preda a un energico furore. Dopo duecento metri sono inzuppato d’acqua e di gelo. Sotto il diluvio non c’è anima viva. Bologna sta ancora dormendo, beata lei.
All’altezza di Piazza Aldrovandi, annichilito dal freddo, decido di proseguire sotto i portici. Sterzo bruscamente e oltrepasso l’arco tra due colonne, ma il pavimento saponetta del portico fa slittare le ruote. Rovino a terra assieme alla bici. Stranamente atterro su qualcosa di vagamente morbido che subito si dimena e comincia ad inveire a squarciagola. Mi trovo con la faccia a dieci centimetri da quella di un barbone che stava dormendo su dei cartoni di fronte al palazzo Fantuzzi, avvolto in una coperta rosa dall’odore nauseabondo. L’alitata di vino che mi entra nei polmoni demolirebbe un toro. Accenno a qualche scusa mentre lui continua inviperito, raddrizzo il manubrio e riprendo la corsa solitaria sotto i portici. Quando arrivo alle Due Torri ed esco all’aperto sento ancora l’eco delle sue urla. Percorro via Rizzoli fra salti e sobbalzi per l’acciottolato sconnesso, costeggio il Pavaglione e finalmente mi ritrovo in Piazza Maggiore.
Sto battendo i denti, eppure… sono costretto a fermarmi.
La piazza appare come la scena di una fiaba. Deserta, il silenzio rotto solo dalla pioggia, le luci tenui e soffuse. Magìa pura.
Guardo l’orologio della torre: le sei meno un quarto. L’incanto è spezzato.
L’insegna della farmacia è illuminata. Ce l’ho fatta.
Appoggio la bici a una colonna e suono il campanello.
Gocciolante, stravolto, i pantaloni del pigiama incollati alle gambe, i capelli all’insù quasi ghiacciati, le mani violacee.
Il farmacista che arriva mi osserva preoccupato dallo spioncino di vetro. Poi avverte:
«Il contenitore delle siringhe è lì fuori.»
Fingo di non aver capito e schiodando i denti che ora paiono saldati, cerco di assumere un’aria indifferente:
«Vorrei un omogeneizzato al pollo.»
Se avessi detto: mani in alto questa è una rapina, la sua faccia non sarebbe così sorpresa.
«E’ sicuro di sentirsi bene?» azzarda dopo un bel po’.
«Perché?»
Lui continua a fissarmi senza muovere un muscolo. Quando fa per replicare, lo precedo.
«Da portare via. È per mia moglie incinta, capisce? Una voglia improvvisa.»
Finalmente l’amico pare riprendersi.
«Oh! Adesso ho capito. Omogeneizzato al pollo... Cristo santo! Però… senta, lei ha un gran brutto aspetto, lo sa?»
Con il mio prezioso pacchetto sto pedalando di nuovo in Piazza Maggiore.
Non resisto. Mi concedo ancora il lusso di fermarmi e assaporare il tripudio che è San Petronio scintillante sotto la pioggia e tutto quel ben di Dio che ci sta attorno.
Con rinnovato vigore percorro via Orefici, ma in piazza della Mercanzia un sibilo soffocato mi richiama alla realtà. Gomma dietro. Forata. Sono costretto a scendere e spingere la bici a mano. Quando ripasso sotto la torre degli Asinelli le mie imprecazioni si sentirebbero anche in cima. Imbocco strada Maggiore. Davanti alla chiesa dei Servi vedo sbucare dall’ombra tre ragazzotti. Writers! Stringono in mano bombolette con le quali stavano imbrattando i muri con le solite sigle. Troppo tardi per cambiare strada. Faccio finta di non vederli e tento di tirare dritto. Ma i tre mi si mettono davanti sbarrandomi il passo.
«Scusate, ragazzi. Non cerco guai. Continuate pure a scrivere.»
I tre non si muovono di un millimetro.
«A scrivere?» dice il primo. Ha la faccia tutta ingraffettata di piercing.
Mi guardo intorno. Non c’è nessuno che possa darmi una mano. E quelli sono in tre, belli grossi.
«Ragazzi, per favore. Devo andare a casa. Mia moglie non sta bene.»
«Davvero?» dice il secondo con voce piatta, «tua moglie non sta bene e tu vai in giro a quest’ora?»
A questo punto mi sono proprio rotto.
«Sissignore! Perché è incinta e voleva un omogeneizzato al pollo! Eccolo qui!»
Osservano increduli il sacchetto che gli sto sventolando sotto al naso. I due che hanno parlato iniziano a sghignazzare piano.
«Basta così.» Il terzo socio ha il tono perentorio del capo che non ammette repliche. Gli altri due tacciono all’istante. Poi, quasi con deferenza, dice:
«Li perdoni, per favore. Corra pure a casa da sua moglie.»
«Oh, finalmente!» rispondo rinfrancato, «ti ringrazio. Hai capito la situazione, vero?»
Spingo la bici deviando per aggirarli.
«Scusi. Dove va?» mi chiede dolcemente.
«A… a casa.» No. Non voglio ancora crederci.
«Allora lo fa apposta. Vuole litigare.»
Poi, scandendo le parole: «Io cosa le ho detto?»
«Di correre a casa», dico a bassa voce. Non riesco a parlare più forte.
«Giusto. Per correre non serve la bici. Mi spiego?»
«Oh, insomma! Sentimi bene, tu e i tuoi amici. Io non credo che…» La mano di taglio mi arriva dritta alla sommità del naso. Il rumore è quello di un rametto spezzato, poi la testa esplode mentre il naso pare frantumarsi in tanti pezzetti fosforescenti. Non cado solo perché riesco ad abbracciare una colonna del portico con le forze che mi sono rimaste. Poche, in verità.
Con la vista appannata lo vedo afferrare la bici e sganciare la ruota anteriore mentre i compari sghignazzando aprono il portellone di una macchina. In un baleno si allontanano sgommando. Li sento ridere forte attraverso i finestrini chiusi.
Rimango appoggiato alla colonna incapace di muovermi, perfino di respirare. Tremila euro che scompaiono nel buio.
Riprendo a fatica il cammino verso casa col sacchetto in mano e il morale sotto le suole. Scendo giù per via Broccaindosso mordendomi le labbra per la rabbia e l’umiliazione. Mi ritrovo di nuovo a Porta San Vitale, appena in tempo per scorgere le luci intermittenti di un carro attrezzi che sta svoltando verso Porta San Donato con una macchina agganciata dietro. La mia Golf!
Basta. Salgo le scale di casa con il naso che mi fa un male cane. Il sangue si è fermato, ma mille spilli lo stanno perforando.
Mia moglie pare beatamente addormentata, ma il rumore che faccio la riscuote.
«Ti ho portato l’omogeneizzato, Lidia. Come volevi.»
«Oh, ce l’hai fatta, bravo», risponde sbadigliando. «Lascialo qui sul comodino. Lo mangio tra un po’. Adesso vai a ripos… ma… cosa ti è successo? Hai la faccia tutta gonfia.»
«Non è niente. Ho urtato contro lo sportello della macchina.»
Decido di farmi una doccia bollente. Sento dei brividi che non promettono nulla di buono. Potrei provarmi la febbre, ma è meglio di no. Devo pensare alla macchina, alla riunione in ufficio. Se non faccio bella figura, posso dire addio alla promozione.
Forse faccio in tempo a sdraiarmi una mezz’ora. Ingoio due aspirine al volo, mi sistemo sul divano malefico, mi copro e chiudo gli occhi gonfi.
E cerco di non pensare a Bologna deserta e gelata, a teppistelli che rubano bici da corsa, a carri attrezzi che svaniscono nella notte, a nasi che vanno in frantumi…
«Luchino, ma questo non è di pollo. E’ di manzo!»

Pulirsi il culo con i coriandoli

di Matteo Pioppi


C'è questo ritornello che io non sopporto che fa Dottore Dottore eccetera eccetera, ecco questa è la prima cosa che non sopporto. Poi ci sono le corone di alloro, la polizia in piazza verdi per permettere alla ricca e cicciona upper class bolognese di poter andare a teatro senza che i punk a bancomat li investano con la loro ondata di conformismo, le osterie famose per il vino e per delle cose romantiche che ci hanno ricavato sopra le agenzie di viaggio per far passare una serata , dicono, particolare per le coppiette o per i vecchi amanti di merda. Anche l'ambiente letterario di Bologna omologato ai giallisti non sopporto, come i reduci del 77, i collettivi degli autonomi che girano con la bandierina a dire “Oh noi siamo comunisti”, bravi, “Noi siam contro”, bravi, “Noi siamo per appropriarsi degli spazi comuni aspetta che andiamo ad occupare degli stabili privati, abbattiamo la proprietà privata” eccetera eccetera. A me a Bologna, le poche cose che mi stanno simpatiche sono in Pratello, ecco lì mi trovo a mio agio, con i bevitori forti che non gliene frega niente delle cose sociali, tanto sanno benissimo che non cambierà mai niente, o almeno se cambia, di certo non arriverà qualcosa a loro ma a qualche capetto di qualche collettivo che per assicurarsi una carriera politica prova a fregare gli altri con sempre più strafottenza, idioti quelli che gli credono. Coglioni tutti quelli che gli vanno dietro come pecoroni, sperando che attaccando il sindaco in modo esplicito si possano fare cose intelligenti per i migranti, che la maggior parte sono dei nazionalisti convinti, di certo uno sloveno migrante difficilmente sarà di sinistra, sapendo quello che ha fatto Tito. Quindi una masnada di patrioti fieri e puri della propria patria, bella merda.
Stamattina poi questo cielo non ne vuole sapere di cambiare colore, rimane livido;
un' intera città ansimante in un susseguirsi di piane e canali coperti da cieli plumbei e violacei, costellati da smog e odori di merda di cane schiacciata sotto ai portici, sfibrata dai cavi elettrici degli autobus, posizionata a carponi per il maresciallo della fiera dei poveri cafoni mitomani.
A oltranza, sempre ad oltranza, cerco di vestirmi e di evitare gli ammassi di polvere fossilizzati sul pavimento, sperando di riuscire a camminare una volta uscito senza annegare nelle frasi tipo:
“Sono stato in India non sai la mia spiritualità come si è accresciuta, vieni in camera mia che ti apro i chacra con il mio cazzo”, ecco i nuovi buddisti, la moda del Nepal e della pizzica salentina, le gonne dei fricchettoni che devono essere sempre felici e “Dai vieni con noi organizziamo un aperitivo equo solidale biologico dai balliamo assieme viva la felicità la musica etnica regionale il Che e la non violenza i Led Zeppelin Ah i miei nonni erano partigiani ma scusa da dove vieni? Vengo da Salò”. Il 25 settembre a suonare le nacchere a Montesole i rastafari la densol e il fumo “Ah sei un fascio se non dici erba libbbbbera c'è che storia Pasolini c'è Deluze c'è l'Africa” andate a fare volontariato per alleggerire la vostra coscienza da figli di industriali, “C'è il Brasile è poverissimo”. Bravi state male per tutti, per tutta l'umanità intera, brave le mie pecore sparse tra musica campanilista fiera delle proprie origini e i chacra aperti sfatti di bontà. Poi c'è anche quella faccia da culo che stampa il suo bel faccione su dei fogli e sotto ci scrive MEDITAZIONE, ma vaffanculo.
Come al solito me la faccio a piedi, tutta a piedi, cazzo Bologna è un buco di culo, però anche l'autobus, no che poi mi devo sorbire i vecchi che dicono su agli zingari perché puzzano, eccoli svelati nella loro tolleranza i vecchietti carini e fragili che vanno a fare la spesa e “Per piacere mi aiuta?”, ti aiuto per niente razza di razzista che non sei altro orgoglioso della tua città di razza italica.
Oggi devo andare in via Sabotino poi via Silvani da lì in via Irnerio poi piazzale Roosvelt a consegnare dei curriculum nelle agenzie interAnali, però prima passo a prendere le sigarette. Bon a posto, il tabacchino è pieno e adesso devo anche fare la fila, spetta chi sono quelli? Ah gli sbirri che fanno le multine, ma come siete bravi, ma come siete ligi al dovere, ma come siete furbi, fate le multine, bravi. Poi c'è anche questa cosa dell'allarmismo generale dello stupro dei magrebi che passi per una via e per forza ti devono sgozzare vivo e strapparti il cuore dal petto con i denti, calma, massimo ti rifilano due cazzotti e ti fregano il cellulare, ecco l'allarmismo del resto del carlino, attenzione arrivano i cattivi aiuto. Piccoli uomini, siete piccoli uomini giornalisti, piccoli piccoli e poi parlate parlate e parlate e dite e commentate e supponete e riverite e spompinate e mistificate eccetera eccetera.
Poi guarda qua, sono tutti in giro a non fare niente i bolognesi, pieni di soldi da affitti in nero 'ste merde poi si lamentano e ti dicono che non si può più pagare l'affitto a fine mese altrimenti non sanno come fare a campare, poverini...se continuate così vi cago nella busta, ve la consegno, poi vi dico: ecco l'affitto.
Lavoro ad interim, ecco che scorre e cola dai muri, e cerco di divincolarmi da tutta questa miseria che mi circonda, da tutta questa bufala di bontà e di felicità che ovunque mi raccontano che sto bene e che il sudore porta alla soddisfazione, al sacrificio e alla speranza di un mondo migliore, la speranza è cosa che dicono i preti e sinceramente gliela lascio dire. Ma cammino e basta ed è come se non finisse mai e poi torna indietro e riparte questa strada mi porta fuori porta, ma io volevo andare da tutt'altra parte, si dipana attraverso case a schiera a palazzoni ma non raggiunge mai un limite di svolta decisivo. Adesso mi vedo che sono tutti con gli occhiali da sole e mi fissano, uno ha anche la maglia con scritto sopra p38, bella merda. Accetto di essermi perso, spedito in direttissima dal santo del giorno a usurare le mie scarpe su strade piene di buche e chiazze di olio usato. Se c'è una presenza infinita di qualcosa, questi qualcosa sono i bar pieni di gente con i capelli lunghi bianchi raccolti a coda , con gli occhiali da sole appunto, che sculettano dietro allo sbronzone di turno con non so a quale numero di negroni in mano; ogni bar la stessa gente clonata da madre natura che al posto dei cecchini sulla mia strada mi ha messo questi disperati che cercano una passione breve ma intensa, ma che non fa per me. Io ho solo voglia di saltarci fuori da questo posto, un gran brutto posto. Sento un suono in lontananza che si dipana fino a qua, una nenia molto triste come quella che aveva accompagnato la mia ultima avventura sentimentale. A volte penso che ti vorrei chiamare e dirti come mi manchi, che manchi anche alle maniglie di casa mia, quelle maniglie di ottone scrostato che mi chiedono se le posso verniciare, ma io gli dico no che non vi vernicio non ho soldi neanche per comprarmi la carta igienica che mi tocca pulirmi il culo con i coriandoli. Dopo invece non ti penso più e non mi manchi neanche più, anzi dopo un po' di tempo arrivo perfino ad odiarti. L'altro giorno ho pensato che siccome non ho successo come scrittore, ho pensato che dovrei scrivere romanzi porno per signore aristocratiche annoiate come faceva Moravia, ho pensato che mi sarei firmato con uno pseudonimo, tipo Penetro o una cosa del genere. A volte vorrei mandarti una mail perché il tuo numero l'ho cancellato e ho nascosto sottoterra tutto quello che mi hai regalato, anche le foto e i miei ritratti con il mio maglione verde militare che ci vado matto, invece dopo penso che sei stata solo una gran puttana e mi passa tutto. Non l'ho neanche più rivista, tranne una volta al semaforo che aspettava la precedenza sulle strisce pedonali, ma era rosso e non era passata mentre io ero passato in bici solo che mi ero rasato a zero i capelli e fortunatamente non mi aveva riconosciuto. Questa melodia che mi sa tanto di fisarmonica, quelle fisarmoniche suonate dalle signore slave, o almeno mi paiono tali, quelle sotto ai portici. Sono tristi e vecchie e imbolsite dall'alcol e suonano con le mani gonfie e le dita ingiallite dalla nicotina la loro nenia del cazzo e hanno il viso rotto dal freddo. Nessuno gli dà niente, sono tutti presi da qualche progetto di cooperazione in Togo e nessuno gli dà un euro. Danno i soldi anche ai “Fratello peace and love Bob Marley on love fratello ho sempre fame un cappuccino e una brioche”, ma alle vecchie sfaldate donne ucraine non gli danno mai neanche un euro. Eccoli i salva mondo del nuovo secolo, gli interventisti promiscui decadenti e militanti nella terra del loro piccolo ermetico cranio. La repubblica degli stronzi, ecco poi cosa siete, degli approfittatori del cazzo, degli ignobili pezzi di merda fatti di divismo da quattro soldi con il retto ben ampio per accogliere il buonismo che mangia tutti, tranne me.

Io quella l’ho già vista

di Daniela Bortolotti



Non dimentico mai una bionda, anche se su ‘sto banco se ne appoggiano tante. Trent’anni che modestamente son del mestiere, che servo birre, dico… anche se poi alla fine sono una specie di psicologo: facce diverse con domande sempre uguali, confessioni a volte non sollecitate eppure il mio lavoro non lo cambierei mai. Mi piace e non so se sarei capace di fare altro… anche se sono contornato da ragazzini che mi fanno sembrare ancora più vecchio di quello che sono in realtà. Che poi i cinquanta sono i nuovi quaranta, dicono. E quella io l’ho già vista. Non dimentico mai una bionda. Sarà passata di qua assieme a qualche studente che staziona all’angolo prima dei bagni, magari una festa di laurea, una sera in vena di goliardia. Non mi spiego perché ma il mio pub è famoso per ‘sto tipo di serate, mi sa che si fanno il passaparola in facoltà. Mica che la cosa mi dispiaccia, anzi… vi dirò che anche se non è un ragionamento molto imprenditoriale a me piace quando le persone restano lì per ore, magari la stessa birra in mano, chissenefrega. Business, lo chiamano. Ma vuoi mettere quanta più soddisfazione a sentirsi il papà di questi che cazzeggiano ai tavoli? A volte ascolto i loro discorsi e gli darei uno scappellotto, a volte mi intenerisce sentirli parlare animatamente di qualcosa in cui credono. Sono così giovani, non sanno ancora niente di come vanno le cose. Dico le cose veramente. E quella bionda io l’ho già vista. Tra l’altro sempre in compagnia. Se non ricordo male quest’estate era là in fondo con su una minigonna da paura, sì me lo ricordo perché sono quelle volte in cui ringrazio di avere scelto personalmente l’arredamento, con questi sgabelli comodi che invitano a parcheggiare culi per ore.

Anche stasera è in compagnia, neanche a dirlo. Lui non so chi sia, non è una faccia nota. Mai visto in giro. Però sembra simpatico almeno a vederlo così un po’ di traverso. Li osservo con la coda dell’occhio, che si sono proprio piazzati qui dalla spina e non è che posso affacciarmi come un abbonato in prima fila. Lui parla ma anche lei vedo che gli tiene testa, sarà la Guinness. Dai mo’, che secondo me questa andare a sera si fa baciare, guardala come ti osserva con la testa inclinata, guarda come gioca con i capelli, non ci vuole mica un esperto per capire che le piaci. Vai bello che hai fatto centro, giocatela bene. Adesso faccio finta di asciugare i bicchieri e intanto mi ascolto un po’ di fatti loro: sembra che siano molto amici, ridono e scherzano, mi sa che si conoscono da un pezzo, questa non è una prima uscita. Sono troppo sciolti per essere una prima uscita. E io me ne intendo di queste cose: quanti sbadigli e quante occhiate di sfuggita agli orologi mi tocca vedere certe volte.. che quasi mi dispiace che la mia birra vada sprecata per riempire vuoti di gente che non sa cosa dirsi. Per non parlare delle coppie tristi, quelle che si vede benissimo che sono in crisi. Ma ne passano sempre poche di qua, per fortuna. Quelle vanno al cinema, dove non bisogna sforzarsi di parlare.

Dai mo’ cinno, ma quante volte vai in bagno stasera? Non lasciarla lì da sola, che passa qualcuno e te la frega. Soppa, i giovani d’oggi. E intanto lei cosa fa? Manda i messaggini? Starà dicendo alle sue amiche che lui qui è un gran figo oppure avrà una tresca. Perché io quella bionda lì l’ho già vista e non era mai da sola. Quasi quasi le dico qualcosa… ma no valà… è già lì il giandone, la guarda con un sorriso un po’ ebete. Giocatela bene, ti dico, che lei qui stasera come minimo un bacio te lo dà. Non ti guarderebbe così se non volesse baciarti. Ah ‘ste donne, che fanno le dubbiose ma alla fine hanno già deciso loro come deve andare a finire. Bravo, ecco, parlale di qualcosa che non sia sempre ‘sto mestiere che fai, ma cosa fa poi io di preciso non l’ho mica capito. E lei? Come minimo sarà una parrucchiera, guarda che capelli perfetti… se solo stesse un po’ ferma. Ma stai serena e appoggiagli le mani, che vedrai che prende la palla al balzo. Certo che bisogna dirvi proprio tutto. Che poi non mi sembrate neanche tanto giovani a guardarvi fino in fondo. Dovrei osservarvi meglio, che qui ormai ho consumato il bancone a furia di sfregar lo straccio, ma ‘sta puntata voglio proprio vedere come va a finire. Bravo, ecco che ti sei avvicinato. Non se n’è accorta eh? Che genio, mi sa che sei uno che ci sa fare, ti avevo sottovalutato. Oh sì, perfetto, le hai detto una cattiveria e lei ti ha dato un pugno sulla spalla… dammi retta… ora ti dice che sei uno stronzo… poi ti fa la faccia imbronciata… adesso guardala negli occhi e avvicinala.

Io lo sapevo che la bionda stasera come minimo un bacio te lo dava.

mercoledì 9 gennaio 2008

Leggendo

Siamo in piena lettura.
E ringraziamo tutti per aver parteciapato numerosi, ci sono arrivati moltissimi racconti e speriamo entro la fine di gennaio di dare i riusltati di questa prima variazione.
Siamo contenti del vostro entusiasmo, delle numerose richieste di informazioni e di quanti hanno partecipato.
Da Febbraio poi partiremo con la nuova variazione, un nuovo tema, altri racconti.
Intanto vi ringraziamo.
A prestissimo

lunedì 24 dicembre 2007

Ultimi giorni- Arterìa racconta Bologna

La letteratura,
come tutta l'arte,
è la confessione
che la vita non basta
(Fernando Pessoa)

Arterìa è anche pagine e si racconta.
Arterìa è un luogo in attesa, è uno spazio di partecipazione, di storie.
Arterìa vuole raccontarsi e decide di raccontarsi attraverso chi Arterìa la vive, e la cammina, la sceglie anche da lontano.Nasce da qui l’idea di un concorso letterario.
Una scusa, un motivo, per leggerci e raccontarci, l’Arterìa e la sua gente.

Ogni due mesi la redazione di Arterìa proporrà un tema, una variazione.
I racconti dovranno essere inediti, avere una lunghezza di massimo 5 cartelle (9000 caratteri spazi inclusi) e dovranno essere inviati a ufficiostampa@arteria.bo.it

Ogni due mesi la redazione selezionerà 5 tra i racconti pervenuti che verranno pubblicati sul blog Arteria Racconta e successivamente letti in pubblico dagli autori durante gli aperitivi letterari organizzati da Arterìa Racconta.
L’Arterìa prevede la pubblicazione di un volume, “Arterìa Racconta”, comprendente i migliori scritti pervenuti in redazione.

***

Prima variazione: BOLOGNA
Però che Bohéme confortevole giocata fra casa e osterie quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie... Oh quanto eravamo poetici, ma senza pudore e paura e i vecchi "imberiaghi" sembravano la letteratura... Oh quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna cullati fra i portici cosce di mamma Bologna...

Questo è il primo tema scelto: Bologna. Da qui, da dove l’Arterìa nasce e vive, vogliamo partire. Raccontateci Bologna, la Bologna che vivete, quella che ricordate, quella che non avete mai visto, che avete letto o ascoltato. La Bologna che ogni giorno vi abbraccia, v’innamora, v’arrabbia… la Bologna sfondo, quadro, colonna sonora di un’idea, di un viaggio o semplicemente di un amore. La Bologna rossa, la Bologna grigia, una piazza, un gradino. Bologna in poche pagine, le vostre.

Il termine per inviare i racconti a tema BOLOGNA è fissato per il 31 dicembre.

I racconti dovranno essere inediti e avere una lunghezza di massimo 5 cartelle (9000 caratteri spazi inclusi) e dovranno essere inviati a ufficiostampa@arteria.bo.it

Per informazioni:
Maria Luisa Fascì Spurio
Ufficio Stampa -
Arterìa
vicolo Broglio, 1/E 40125
Bologna
Telefono 051 0868879 -
338 7560311
Info: info@arteria.bo.it; ufficiostampa@arteria.bo.it
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